Opera lirica: tra le categorie più penalizzate dalla pandemia

I teatri ed i cinema sono stati sicuramente tra i più penalizzati dalla pandemia da Coronavirus: come sappiamo, saranno gli ultimi ad aprire (il 15 Giugno) e, come tutte le attività produttive, dovranno attenersi a specifici regolamenti anti-contagio a base di sanificazione e distanziamento sociale.

Appare evidente, quindi, come l’opera lirica sia stata tra le categorie più interessate dalla crisi. Perché il teatro lirico non è fatto solo di musica “eterea”, ma di dipendenti, professionisti, solisti ed artisti che si sono visti sfumare tra le mani i propri contratti quando tutte le performance sono state improvvisamente annullate; perché c’è da dire che gli addetti ai lavori hanno potuto continuare a percepire lo stipendio, seppur magari diminuito e ritardato dalla cassa integrazione, al contrario dei performer e di tutti quelli che lavorano “a chiamata”. E, d’altro canto, è impossibile anche fare delle previsioni sul prossimo futuro poiché la crisi e le normative vigenti non aiutano.

Una situazione molto delicata

Emblematiche le parole di Maria Grazia Schiavo, napoletana e di casa al Teatro San Carlo, che ha rilasciato un’intervista per la redazione di Identità Insorgenti: “Oltre due mesi di clausura. E chi l’avrebbe mai immaginato? Io che sono abituata ad andare in giro per il mondo, conoscendo persone e interloquendo con loro, abituata a sorridere e a respirare a pieni polmoni per dar vita alla mia anima, alla mia voce. Mesi in cui ho cantato per ricordare a me stessa che questo è “solo” un periodo, che finirà, come ogni cosa… e dopo? Come ci rialzeremo noi artisti? In tempi normali veniamo trattati come un lusso, come qualcosa da sfoggiare, qualcosa di cui, in fondo, si può fare a meno. Noi che viviamo di quel che guadagnamo “in recita”, se capita di ammalarci proprio durante gli spettacoli non percepiamo nulla… e così vanno in fumo mesi di lavoro, di case affittate, di viaggi acquistati, di tasse da dover pagare. Ma tanto noi siamo dei privilegiati, amiamo il nostro lavoro e per questo dobbiamo sentirci fortunati. Sì ma le bollette, il mutuo, la scuola dei figli, vogliono essere pagati puntualmente ogni mese… ma noi viviamo con la testa tra le nuvole, siamo creature effimere, viviamo d’arte… oltre sessanta giorni rinchiusa con me stessa, le mie paure, le mie ansie, le mie incertezze per quello che sarà. E sotto le dita ti vedi cancellare le produzioni fino a chissà quando, forse si rimandano, forse le annullano… E nonostante tutto dentro di me c’è una fiammella accesa che mi fa sperare, sorridere, svegliarmi al mattino con la voglia di mettermi al pianoforte e cantare, studiare, sperimentare, imparare. È pazzia la mia? Chissà… in fondo, noi artisti un pò pazzi lo siamo, altrimenti come potremmo affrontare il palcoscenico? Mi manca l’odore del Teatro. Quello che in pochi sentono, quello che quando entri ti fa venire le farfalle nello stomaco e ti dà la sensazione di essere entrata in un luogo sacro, quello che trovi tra le quinte, nei camerini, l’odore degli abiti da scena, della lacca dei parrucchieri, del trucco… mi mancano le luci di scena, le risate con gli attrezzisti prima di entrare in scena, sentirsi parte di un meccanismo magico che ha le sue leggi precise e matematiche, il silenzio prima che l’orchestra intoni la prima nota, l’ansia prima di cantare la prima nota, mi manca tuffarmi nei personaggi a cui do vita ogni volta che canto… se questo è un privilegio farò di tutto affinchè nessuno me lo tolga. Ma senza pubblico questo privilegio non ha ragione di esistere. Io canto per dare emozione, questo è il mio mestiere“.

Non ci resta che attendere il 15 Giugno, sperando che questo stop forzato così improvviso e devastante possa cominciare a venire, almeno in parte, riassorbito.