Com’è nata “Caruso” di Lucio Dalla?

Potenza della lirica,
dove ogni dramma è un falso,
che con un po’ di trucco e con la mimica
puoi diventare un altro“.

Ci sono brani della musica italiana che, oramai, “scorrono nelle nostre vene” sin dalla nascita, proprio come accade con la meravigliosa “Caruso” di Lucio Dalla, incisa nel 1986.

Una melodia che, per quello che descrive e per come è stata scritta e cantata, si è ispirata tantissimo alla canzone napoletana, e non soltanto per quel “Te voglio bene assaje” dove grido e poesia si fondono e si confondono.

Non è un mistero l’attaccamento del cantante bolognese per Napoli e la cultura partenopea, ma da dove è nato questo brano così sentito e visionario, rimasto in classifica in seconda posizione per ben due settimane dopo la pubblicazione?

La storia di “Caruso”

Un testo criptico, ma non troppo, che a leggerlo e a cantarlo sembra quasi la perfetta scenografia di un film.

Dalla ne ha svelato tutti i segreti in una celebre intervista: “Ero in barca tra Sorrento e Capri con Angela Baraldi: stavamo ascoltando le canzoni di Roberto Murolo quando si ruppe l’asse del motore. Andammo a vela per qualche miglio e poi chiamai un amico, il proprietario dell’Hotel Excelsior Vittoria, che ci trainò al porto. In attesa che aggiustassero la barca, ci invitò a passare la notte in hotel, proprio nella suite dove morì Caruso. Lì c’era tutto, anche il pianoforte, completamente scordato. Quella sera un altro amico, giù al bar La Scogliera, mi raccontò di un Caruso alla fine dei suoi giorni, innamorato di una giovane cantante cui dava lezioni. Era uno stratagemma per starle vicino, ma l’ultima sera, sentendo la morte arrivare, fece portare il piano sulla terrazza e cantò con un’intensità tale che lo sentirono fino al porto. Mi sono inventato la scena dei suoi ultimi momenti, quando pensa alle notti là in America. Era un passaggio che nel 1986 per me, che stavo per partire per un tour negli Stati Uniti, aveva un significato importante. Per me quel ‘Te vojo bene assaje‘ messo in quel punto della canzone significava darle il marchio della napoletanità. Da sempre nutro un grande amore per Napoli, per la sua cultura, dalla scrittura alla filosofia fino alle canzoni: è una città che mi ha sempre catturato“.

Insomma, una canzone moderna che deve tutta la sua intensità al tenore napoletano per eccellenza, Enrico Caruso, e ad uno degli amori sfortunati che ha costellato la sua vita (ai tempi, infatti, l’artista era sposato mentre, in gioventù, il lungo legame che aveva intrattenuto con il soprano Ada Botti, da cui erano nati due figli, era finito in tribunale a causa della fuga di lei con il loro autista, che aveva cercato anche di estorcergli del denaro).

In un’altra intervista televisiva più recente (2008), inoltre, Dalla ha dichiarato che fu Angelo, barista che lavorava nel bar sorrentino, a raccontargli di come sua zia fosse stata proprio la cameriera di Caruso.

Tessere di un puzzle che sono andate a coincidere nel tempo e che hanno restituito all’umanità qualcosa di unico, irripetibile ed indimenticabile.