I’ te vurria vasà: storia di un classico napoletano

di Silvia Semonella

L’hanno cantata in molti, sia i “mostri sacri” della musica classica napoletana, come Sergio Bruni e Roberto Murolo, passando per Massimo Ranieri e Peppino di Capri, che grandi star internazionali, come Andrea Bocelli e Luciano Pavarotti.

Sì, perchè I’ te vurria vasà è una tra le canzoni più poetiche e struggenti del repertorio classico partenopeo: una pietra miliare della storia della canzone napoletana che ha incantato generazioni di artisti, continuando ad esercitare il suo fascino anche a 120 anni di distanza dalla sua composizione.

La storia di un amore impossibile

“I’ mme vurría addurmí
I’ mme vurría addurmí
vicino ô sciato tujo,
n’ora pur’i’,
n’ora pur’i’!”

Questi versi così dolci e delicati sono frutto di un amore tormentato e impossibile, stroncato sul nascere: quello tra Vincenzo Russo, l’autore della canzone, ed Enrichetta Marchese, figlia di un gioielliere.

Vincenzo nacque a Napoli nel quartiere Mercato, il 18 marzo 1876, da Giuseppe, calzolaio, e Lucia Ocubro, donna di casa. Il padre scomparve prematuramente e, date le condizioni economiche disastrose in cui versava la famiglia, ancora ragazzo dovette provvedere insieme alla madre al sostentamento dei cinque fratelli. Abbandonò, quindi, la bottega del padre, che non poteva mandare avanti da solo, e trovò lavoro come guantaio nella bottega dei fratelli Partito, dicendo addio ai suoi sogni letterari. Ma tutto questo non lo scoraggiò e, con grande determinazione, riuscì a studiare seguendo i corsi serali, dove scoprì la sua predisposizione per la poesia.

L’amore segreto provato da Vincenzo Russo per Enrichetta durò molto tempo ma non si concretizzò mai. Oltre all’abisso sociale che li divideva e all’opposizione manifestata dai genitori di lei ancor prima che avvenisse qualcosa tra i due, c’era un altro motivo che gli impediva di manifestare apertamente i suoi sentimenti: le sue condizioni di salute. Il poeta, infatti, conosceva la gravità della sua malattia polmonare e sapeva che, molto presto, lo avrebbe condotto alla morte, che sopraggiunse ad appena 28 anni. Enrichetta, dal canto suo, ricambiava i sentimenti del ragazzo e non mancava mai di lanciargli delle occhiate furtive quando passava in calesse davanti alla bottega dove lavorava.

Questo amore durò anche dopo il matrimonio di lei e la morte di lui, tanto che, quando tra le mani di Enrichetta arrivò il foglio con i versi della canzone, lo piegò e lo conservò in un medaglione fino alla fine dei suoi giorni.

La musica di Eduardo di Capua

Il 1897 fu l’anno di svolta per Vincenzo Russo che, nella bottega di guantaio, incontrò l’uomo destinato a cambiargli la vita per sempre: il maestro Eduardo De Capua. Già autore insieme a Giovanni Capurro, di ’O Sole mio”, la canzone napoletana più famosa al mondo, De Capua compose insieme al poeta “Maria Marì” e “Torna maggio”, per poi musicare “I’ te vurria vasà” nel Gennaio del 1900.

La canzone fu anche presentata al concorso “La tavola rotonda“ma arrivò solo seconda, ex aequo con altri tre brani: come spesso accade ai capolavori, solo dopo anni ottenne il successo che meritava.