Il belcanto tra storia e leggenda

Reduci dal recente Premio Remigio Paone tenutosi a Formia il 15 Dicembre 2019 nella splendida cornice del Grand Hotel Miramare, il duo lirico pop formato dal tenore Luca Lupoli e dal soprano Olga De Maio si è definito “ambasciatore del belcanto partenopeo“.

Ma cosa si intende, esattamente, con questo termine?

Canto virtuosistico

Il belcanto (scritto anche come “bel canto”) identifica una tecnica di canto virtuosistico molto agile nel passare dalle note gravi a quelle acute con una “ornamentale omogeneità”: è la voce umana che diventa strumento a tutti gli effetti.

A lungo è stato associato al valore della bravura dei cantanti, che l’hanno utilizzato al massimo delle sue potenzialità, spingendosi in fraseggi ed esecuzioni ai limiti dell’impossibile per dimostrare la propria maestria.

Il belcanto si è andato affermando nel tardo XVI secolo: le melodie venivano composte per una sola voce, si recitava cantando e si curava, così, maggiormente questa disciplina; è da qui che nacquero i primi solfeggi, la “palestra” della voce.

Ma chi può essere considerato il padre di questa scuola?

La storia ci dice che creatore ne fu il romano Giulio Caccini: dalla capitale, però, si trasferì a Firenze ed è proprio lì che fondò la scuola in cui rinnovò l’ortofonia vocale, lasciando in eredità tantissime norme su questa nuova tecnica.

Storia

Nonostante artisti del calibro di Rossini, Bellini e Donizetti siano spesso indicati come i massimi esponenti di questo stile, la loro tecnica non rispondeva quasi per niente ai canoni estetici del belcanto, proposto per la prima volta da Vittoria Archilei alla fine del Cinquecento e utilizzato nell’accezione che conosciamo oggi soltanto con il Romanticismo, contagiando il lavoro di molti operisti (tra cui anche quelli sopracitati) e veristi (soprattutto Puccini).

Le voci divennero più robuste, struggenti, drammatiche e coloro che criticavano questa “moda” videro in Rossini l’artefice di questo cambiamento – ma le cose, come abbiamo visto, stavano molto diversamente.

Il belcanto, insomma, si sviluppò praticamente ovunque per tutto il Settecento con il suo ritmo elegante e la sua ricercatezza formale: fu il dominio del flautato, del falsetto, che rendevano piacevoli anche le note più alte.

Regina assoluta, quindi, era la voce, per cui anche la distinzione dei ruoli e dei caratteri diventò secondaria; strabilianti virtuosismi e personaggi idealizzati e allegorici avevano la completa supremazia, sfruttando anche le incredibili doti dei castrati e senza partiture che venissero predeterminatamente realizzate come maschili o femminili.

Una tecnica che è andata affermandosi sino ai giorni nostri tanto che, nel ventesimo secolo, tra i suoi maggiori esponenti abbiamo avuto l’incredibile soprano Maria Callas ma anche il tenore Enrico Caruso di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane.